Visualizzazione post con etichetta fotografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fotografia. Mostra tutti i post

giovedì 3 aprile 2014

Tomohide Ikeya toglie il respiro

Tomohide Ikeya
Tomohide Ikeya è un giovane fotografo giapponese nato a Kanagawa nel 1974, dopo un passato da chef in un ristorante italiano, si avvicina sempre più alla fotografia subacquea, un tipo di fotografia che sembra più una tecnica pittorica.
L’artista usa l'acqua come se fosse una tela sulla quale dipinge e i colori con tutte le loro sfumature sono i protagonisti dei suoi scatti, questa sua concezione della fotografia ha una precisa motivazione infatti viene utilizzata per rievocare un ritorno alla placenta.
Il rapporto che lega l'acqua con il corpo è fortemente simbiotico ed è proprio questo aspetto che il fotografo giapponese vuole sottolineare con le sue foto.  
Breath è un progetto che sembra assumere le sembianze di un viaggio senza respiro, quasi in apnea, nel quale le urla sono soffocate, profonde, quasi indotte. 
Dietro a questa serie di scatti si celano le domande importanti, quelle relative agli elementi necessari della vita. Quegli elementi di cui ci rendiamo conto dell'importanza solo nel momento in cui si perdono o disperdono. 
Breathe
Se esiste un meccanismo veramente automatico che mettiamo in atto in maniera inconsapevole è quello legato al respiro, ecco perché Tomohide Ikeya "affoga" i suoi protagonisti e chi li guarda per sottolineare come l'assenza d'aria ci faccia rendere conto della sua necessità. 
Le immagini mostrano le reazioni degli esseri umani quando l'acqua assume il totale potere sul loro corpo, c'è chi si lascia sopraffare dalle onde aspettando di morire chi tenta di riappropriarsi del controllo.
Con il progetto Wave ha indagato sul rapporto tra natura e uomo ed è stato premiato con l’International Photography Awards nel 2007 e il Prix de la Photographie di Parigi. 

Wave

Una serie fotografica questa che evidenza la debolezza umana rispetto alla natura, elemento dominante sono le onde che sembrano tracciare una linea di confine e trattano gli esseri umani come oggetti bloccandone i movimenti per poi sommergerli del tutto.
Nel progetto Moon invece l'acqua nell'entrare in perfetta armonia con la luna ha una connotazione magicamente poetica.
Moon

Il mare non è mai stato amico dell'uomo. Tutt'al più è stato complice della sua irrequietezza (Joseph Conrad)

mercoledì 2 aprile 2014

Le strade di Daido Moriyama

Daido Moriyana
Daido Moriyama è considerato uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea giapponese, è nato a Ikeda-cho, Osaka, nel 1938, iniziò a studiare disegno, per poi abbandonare definitivamente la pittura in favore della fotografia.
E’ un artista solitario che viaggia per raccontare con le sue immagini in bianco e nero mondi nascosti dietro una finta realtà apparente perché per lui la fotografia è impatto e avulsa da ogni convenzione estetica.
Il fulcro della fotografia di Moriyama è l’esperienza che si allontana tanto dal classico approccio del reportage tanto da quello intimistico. Questa sua presa di posizione avviene in modo fortemente duro e provocatorio infatti le sue fotografie sono sfocate, sovraesposte, sembrano quasi sporche ma sono il suo unico mezzo per avvicinarsi alla realtà, a quell’unica verità possibile e autentica che esiste solo nel momento durante il quale il senso del tempo del fotografo e la natura frammentaria del mondo si incontrano.
Provoke no 2 -1969
Quella di Moriyana è una ricerca quotidiana costante che porta il fotografo a realizzare migliaia e migliaia di scatti, per lunghi anni, per una vita intera arrivando a una conclusione assai semplice che tutto ciò che lo sguardo incontra sia degno di essere fotografato.
A Moriyana non importa il soggetto ne’ l’autore, perché non c’è distinzione tra la realtà vissuta e la realtà nell’immagine perché ciò che veramente conta è il frammento di esperienza che la fotografia riesce a trovare.
Daido Moriyama spesso più che un fotografo sembra un cacciatore, un vagabondo che percorre le strade della vita per filtrare attraverso il suo sguardo il mondo che incontra.

Shinjuku - 2000/2004

Le foto di Moriyana nei contrasti del bianco e del nero sembrano distruggere la realtà perché seguono l’urgenza dell’impatto tralasciando qualsiasi compromesso estetico, con il suo sguardo duro racconta l’imperfetto che incontra nelle strade ma soprattutto il malessere interiore che viene fuori dall’incontro con l’ipocrisia del mondo esterno.

Con una piccola fotocamera in mano, cerco le strade, cerco la città, cerco il mondo, cerco me stesso

L’attimo di Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson
E’ il precursore del foto-giornalismo, il fotografo più conosciuto e amato di tutti i tempi è Henri Cartier-Bresson nato a Chanteloup-en-Brie il 22 agosto del 1908.
La sua perfezione compositiva è immensa così come il suo talento teso a rubare al tempo immagini in grado di testimoniare, attimi che sono diventati eterni.
Henri Cartier-Bresson era un po’ come un animale, sapeva fiutare la potenzialità di un momento decisivo e dentro di sé aveva la capacità di aspettare quella sola scossa che avrebbe reso quell’immagine unica.
La fotografia per lui era qualcosa di più che un semplice click con la sua inseparabile macchina fotografica, che con il tempo era diventata una sorta di protesi del suo corpo, quasi un prolungamento del suo occhio, con la quale catturava attimi per fissarne l’eternità.
In a train - 1975
All’inizio si appassionò alla pittura furono soprattutto i surrealisti francesi a influenzarlo ma poi nel 1931 dopo un lungo viaggio in Costa D’Avorio acquistò la sua prima macchina fotogr Leica 35mm con lente 50mm, e da quel momento Cartier-Bresson si dedicò a tempo pieno alla fotografia .
Italy - 1933 
Nel 1935 decise di chiudere con la fotografia e dedicarsi al cinema avvicinandosi al genere del documentario, un anno dopo volle mettere a servizio dell’informazione le sue competenze fotografiche ma nel 1940 venne catturato dai tedeschi e dopo tre anni di prigionie e due tentativi di fuga riuscì ad evadere dal campo e nel 1943 riuscì a tornare a Parigi per fotografare la fine della Guerra e tornò in Germania per immortalare la liberazione dei deportati.
Grazie al suo ardore rivoluzionario, alla sua passione militante degli anni Venti e Trenta e al suo desiderio di vedere e fare vedere è diventato il più grande realizzatore di immagine del ventesimo secolo.
Nel 2003, insieme alla moglie, inaugura a Parigi la Fondation Henri Cartier-Bresson con lo scopo di raccogliere le sue opere e creare uno spazio espositivo aperto a tutti gli artisti.
Muore il 3 agosto 2004 a L’Isle-sur-la-Sorgue, in Francia.

Mahatma Gandhi -1948

Curiosità: Henri Cartie-Bresson durante la sua carriera ebbe la possibilità di fotografare Albert Camus, Coco Chanel, Marcel Duchamp,  Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Henri Matisse, Marilyn Monroe, Richard Nixon, Ezra Pound e Jean-Paul Sartre.

È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa

venerdì 21 marzo 2014

Categorie del sito

Pittura, Fotografia, Scultura